‘‘Non le nascondo che ho sempre pensato che prima la bicicletta era un mezzo indispensabile per andare a scuola, a lavorare. Oggi lo considero un mezzo che richiama la libertà, ecologico, per divertirsi.’’ 

Da questa affermazione di Margherita Hack nasce l’idea dell’antologia Una bella bici che va: 25 racconti tra i quali tre inediti di Stefano Benni, Fulvio Ervas e Andrea Satta per raccontare storie ‘‘di biciclette’’. 

Storie di biciclette in corsa per città e periferie, ferme a un semaforo o sepolte in cantina, distrutte dopo una caduta o rimesse a nuovo con pazienza e olio di gomito. Con un unico sottofondo però: Velocità silenziosa, poetico inno di Paolo Conte (il video della canzone in testa all’articolo) dedicato proprio a

una bella bici che va e che sopra le distanze, le lontananze starà.

Delicato mezzo a due ruote che in queste note non è solo un oggetto, ma una dama da far ridere, una poesia per volare via e da amare come l’ultima delle fantasie.

antologia_BICI

Cosa rappresenta quindi andare in bicicletta? Uno sport, uno stile di vita, uno sfogo e un’alternativa alla routine di traffico e smog. Ma anche il piacere dell’artigianato, per chi la bici la costruisce scegliendola pezzo per pezzo in una ciclofficina; e ancora la meraviglia di una scoperta in un mercatino dell’usato. Pedalare non è solo sforzo e muscoli tesi, ma anche gioia di condividere momenti spesso indimenticabili.

E allora abbiamo Valerio che al rumore delle ruote che girano dice di sentire L’Aida, Sofia “Riccioli Rossi” che scopre di essere donna proprio durante una corsa in bici, un uomo che lascia tutto e tutti per la sua Graziella e finisce su Chi l’ha visto?, la vita di due futuri genitori che non è come andare in tandem ma salire su due bicilette e così pedalare fianco a fianco; poi c’è chi dalla Germania della Seconda guerra mondiale pedala con strenua forza verso la libertà, Dario che appena si mette in sella ripensa alle sue corse per L’Aquila ancora intatta e tutte le volte una lacrima, pesante come una maceria, gli solca il viso.

Storie che tra corse forsennate, cadute rovinose e morbide pedalate, non raccontano solo i momenti in cui si sale in bicicletta, ma pezzi di vita in cui l’amabile due ruote è testimone 

Un progetto che raccoglie dunque le esperienze, i ricordi e le ispirazioni che questo mezzo, da sempre vicino all’uomo, ha creato e suscita. Per i venticinque autori interpellati, tra cui Stefano Benni, Fulvio Ervas e Andrea Satta, si è trattato dunque di scaldare tutti i muscoli che una corsa in bici mette in moto, scoprendo preziosa. così che il primo è, imprevedibilmente, il cuore.

Il libro verrà presentato martedì 8 aprile alle ore 18,00 presso la Libreria ARION (piazza Santa Maria Liberatrice, 23/25, Roma)

presenta Stefano Gallerani, critico di Alias - partecipano Andrea Satta, voce dei Têtes de Bois, Giovanni Battistuzzi, del collettivo della Ciclofficina La Strada - letture di Valentina Tramontana, attrice - interviene la curatrice Isabella Borghese

Noi di BicycleTv.it oggi vi proponiamo un ‘assaggio’ dell’antologia: il racconto inedito In bici con Geo, di Andrea Satta (trovate il racconto in coda all’articolo)

 

In bici con Geo, di Andrea Satta

La mia domenica in bici con Geo, nove anni e una matassa
di capelli neri. Invece che affollarci al mare, asciugamani
in strato triplo spalmati tra cocco e bronzi di Riace,
sdraio, ombrelloni e melanzane e cento euro a famiglia, si
gira Roma deserta in bicicletta, a noi piace.
Il rumore dell’acqua scorre dai “nasoni”, l’estate dal Tevere
scintilla negli occhi dei pedoni, sudore e vento sulla
faccia e via, a caccia della città nascosta dal cemento.
Alla velocità dei pedali tutto è più reale, se vuoi conoscere
il mondo, dal malessere alla meraviglia, devi andare in bicicletta
negli interstizi e niente a niente è uguale. A bordo
strada, impigliate nella siepe, tra i rovi verniciati dagli spray
del traffico, lattine esauste di aranciata e coca, di birra, preservativi,
scatole di detersivi, giornali, borchie di Alfa, giornaletti,
pornazzi, culi, tette, eternit in lastre, batterie, cocomero,
filo spinato, piastrelle, piastre, bocce flosce di acqua
minerale, gassata, liscia, effervescente naturale, tergicristalli,
occhiali frantumati, mentine e surrogati, imballi di plastica
trasparente: «Non ho detto niente! Pedala Geo! Sii
prudente!». Lucertola schiacciata, topo stecchito, gatto sfracellato,
puzza di carogna, cartaccia, cd luccicante, nastro di
musica filante, sedia di legno, lavatrice, divieto di sosta permanente.
«Ehi!». Uno straniero lavavetri al rosso della tangenziale.
Uscita Trionfale dalla capitale. Verde, Geo riparte,
insieme su per la via della marrana, antico regno della poliomielite.
Un camion, alle spalle, suona, nero verso le
montagne, tuona, si pedala nella ex campagna, nella promessa
di una casa nuova, garantita dai 6×3 vista pineta.
Voltiamo verso Sud, due ali di scarti ai lati della strada.
Bottiglia di vino, quotidiano sportivo, tetra-pak di frutta
risucchiato, ex calippo prosciugato, cuffie di iPod, auricolari
o serpente sbudellato e poi asfaltato, altra lucertola, altro
topo, altro gatto sfracellato, chiave sfuggita al mazzo,
parafango, specchietto ex retrovisore, beauty case svaligiato,
pentola, ruota di Panda, coperta stracciata, uno che
dorme tra le casse, bollino blu ex di banane.
Ci avviciniamo al fiume, in giro, nessuno. La pista s’infila
sotto la via del Mare, ponte di cemento armato che scavalca
la settima meraviglia corredata di tabella che lo veglia
e spiega PONTE ROMANO DEL SECOLO II A.C., seppellito dal
cemento, per sempre seppellito. Un arco romano sul Tevere
qua sotto è carcerato. Accanto, un copertone rotto, una
scatola di mentine, mezza passata di pomodoro, buste di
plastica a decine, improvvisate latrine, cavi elettrici, sedile
di auto, uova, uno scheletro di rana, un televisore, due pallet,
puzza di piscio e acqua che scorre da un fontanile.
Allora, perché sorridi? Perché un mucchio di biciclette è
il mio sogno più bello. Quello che mi sveglia certe mattine
all’inizio dell’estate col sorriso e fa sussurrare a chi dorme
con me, “perché sorridi?” È che immagino occupare la tangenziale,
gente che pedala, vestita di colori, senza un prossimo
da odiare. Un mucchio di biciclette lascia aperta la vista
del vialone fin dove curva e ad ogni pedalata restituisce
la memoria.
Amo la bici perché mi fa giocare e respirare, perché è
trasparente, perché trasforma le cose lentamente, che se ti
volti sono ancora là. Le montagne da azzurre si fanno verdi,
i sassi si tramutano in case, i bagliori in vetri, in un tempo
che è il mio gusto.
Un triangolo e due cerchi, due pedali e una catena. Il resto
sei tu, uomo e macchina in mezzo al mondo. È così bella,
così leggera, che i costruttori di auto la odiano, perché
sanno che del loro mercato è la vera rivale. Si parcheggia
ovunque, costa poco, si ripara con due soldi, non consuma,
non inquina, fa bene alla salute. L’unico modo per bloccarla,
per reprimerla, è uccidere chi la conduce. Come fosse un
incidente. Quindi niente piste ciclabili, niente spazi protetti
per pedalare, niente che incoraggi i bambini a imparare.
Celebrazione della bicicletta sono il Giro d’Italia e il Tour
de France. In tv il ciclismo appare un po’ all’improvviso ad
ogni primavera, ma generosamente contemplato e allora
l’infanzia che ritorna e certe attese nei pomeriggi da bambino.
Così negli ultimi anni ho fatto l’inviato, (se così si può
dire, dirò…) al Giro e al Tour.
Una volta sul Peyresourde, un colle storico sui Pirenei,
(non vi illudete, ma le salite, anche quelle più dure, in Francia
le chiamano “colli”). A una curva, c’erano, su due sediole,
due ragazzi e ad una mezza balza di prato più su, due vecchi,
su altre due sediole. Saranno state le undici del mattino.
S’ingrandivano nello schermo dei miei occhi, lacrimati di fatica
e di follia per aver tentato in bicicletta l’aspro colle. Quei
quattro, sulle sedie, guardavano fissi verso il basso, la valle di
Luchon, in fondo, come se potesse, da un momento all’altro,
venir su qualcuno della corsa, che però doveva ancora
darsi il via, cento chilometri più a Oriente. Alle quattro del
pomeriggio, un norvegese passò primo in cima, sconosciuto
e destinato ad essere raggiunto anche dal camion della spazzatura.
Ma lassù, circondato da moto lampeggianti, auto ed
elicotteri, biondo, magro, leggero e silenzioso, lo accolse un
applauso da campione, anche se nessuno ricorderà il suo nome.
Intorno si cucinava, si giocava a palla, ci si passava il vino,
s’improvvisavano striscioni in rima. Ci si baciava sui prati
avvolti nelle bandiere.
Su quel confine è sparsa l’essenza di Luis Ocaña, un
grande dei pedali, spagnolo, ma anche francese per rocambolesche
vicende personali, uno dei pochi a correre contro
Merckx, non contento di arrivare alle sue spalle. Alla sua
morte, un aereo disperse le sue ceneri tra Francia e Spagna.
Luis volle che fosse il vento a distribuire quello che la vita
non aveva deciso fino in fondo.
Su queste strade scattò Ottavio Bottecchia, che negli anni
Venti mise in fila, per due anni, i francesi più incazzati.
Qui si fracassò Fabio Casartelli, sulla curva bagnata del Portet
d’Aspet, e noi gli dedicammo una canzone sul suo paracarro
mortale. Qui abbiamo visto vincere Piepoli e Riccò,
la notte che io e il mio amico Licio, quello che disegna sulla
sabbia, travestiti da operai del Tour, montammo il traguardo
di Hautacam, che poi il vento spazzò per sempre,
come un sale maledetto.
E tu, Geo, che pedali con me, perché sorridi?

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